Viaggio con gli angeli di Rogoredo che fanno ritrovare i tossicodipendenti e le loro famiglie

Viaggio con gli angeli di Rogoredo che fanno ritrovare i tossicodipendenti e le loro famiglie

I volontari lavorano con le persone sparite dalla società: «Una telefonata o un messaggio ai parenti può cambiare i loro destini»

A cura di Nina Fresia | LA STAMPA

MILANO. «Pensavo si fossero tutti dimenticati di me». Lo ripete sconvolta una ragazza seduta al freddo nel celebre Boschetto della droga di Rogoredo. È la frase che i volontari di Team Rogoredo, da quasi nove anni attivi nella zona, si sentono dire più spesso quando spiegano a chi è in cerca di sostanze che là fuori qualcuno si preoccupa per loro. «Molti conoscono il nostro lavoro e chiedono a noi notizie dei loro familiari con cui non hanno contatti da mesi o addirittura anni. Le persone intrappolate qui non hanno il cellulare, se lo sono venduto da tempo. E molte volte sono anche senza documenti», spiega il volontario Simone Feder, educatore e psicologo. Chi lo visita spesso, descrive Rogoredo come un «non-luogo»: circondato da uffici, a pochi passi dalla metro che porta in centro e dalla seconda stazione ferroviaria più importante della città, nessuno vuole veramente guardare dentro una delle più grandi piazze di spaccio in Italia. Qualcuno è obbligato a farlo, nella speranza di trovare una figlia o un fratello: «Noi volontari siamo un ponte: ai familiari basta sapere che le loro persone care sono vive. E a chi sta nel Bosco diamo la possibilità di essere capiti». Feder, quando un genitore o altro parente si rivolge a lui, prova a intercettare la persona scomparsa. Se la trova, chiede a chi la cerca di mandare un messaggio vocale o qualche fotografia: «Quando riproduco un audio o mostro un’immagine so che a queste persone si spezza il cuore. Ma gli fa anche riaccendere la lampadina, li porta a riprendere in mano la loro vita». Se tutto va bene, vengono organizzate anche delle telefonate e poi degli incontri con i familiari.

«Della storia di un tossicodipendente si vede solo la droga. E invece c’è molto di più», continua il volontario, «Ho da poco fatto sentire a un ragazzo nel Bosco un messaggio della sorella. E così ho scoperto che in passato, prima della dipendenza, dipingeva ed era molto bravo a disegnare. Ora si stanno lentamente ricongiungendo». Molte di queste storie il volontario le racconta anche sui social. Come quella di una ragazza che, guardando per caso un video su YouTube, ha riconosciuto la cugina, scomparsa da tre anni poco prima di laurearsi. Vedendo le foto dei bambini della parente si è commossa, lasciandosi andare a una carezza sullo schermo del telefono. A portarla lontano da casa sono state le troppe pressioni, la paura di sentirsi «sbagliata».

Non sempre però le storie che arrivano da Rogoredo sono a lieto fine, anzi. Feder ricorda l’annuncio diffuso su Facebook da una donna in cerca del marito. Mentre si mobilitava per trovarlo, lei lo ha preceduto: due settimane dopo la pubblicazione del post, la donna ha trovato il compagno in obitorio. Lo stesso è capitato a Katia, che per cinque mesi ha girato per Rogoredo mostrando foto del fratello Ivan. Per tutto quel tempo il ragazzo era stato un corpo «non identificato» in ospedale. «Sono tante le tragedie del Bosco. A volte anche se riusciamo a ritrovare le persone, sono talmente compromesse che perdono la vita durante il periodo di ricovero», sottolinea Feder.

Sono molti i frequentatori di Rogoredo che fuggono da situazioni di disagio o da contrasti in famiglia. Uno di loro è il figlio di Marta Beolchi, che con il divorzio dei genitori e l’accendersi di gelosie familiari ha trovato rifugio nella droga. Un continuo tira e molla con la dipendenza interrotto quattro anni fa: «Una sera ero determinata ad entrare nel Bosco. Per mio figlio sarei andata nel fuoco. Poi ho contattato Simone, è stato lui a parlare con mio figlio alla fine. Ho passato anni a cercare di convincerlo a tornare a casa, ma doveva essere lui a deciderlo in autonomia», racconta la mamma. «Oggi è pulito, sta bene e lavora. È tornato a fare una vita normale, ha di nuovo degli amici. Certo, la dipendenza gli ha portato via anni interi di esperienze, l’adolescenza soprattutto, e oggi deve ricominciare a vivere improvvisamente da adulto», prosegue Beolchi. Suo figlio le dice spesso che ora, se ha la tentazione di cedere alla dipendenza, non ci casca. Sa di non voler perdere quello che ha ritrovato: la madre che lo aspetta a casa. Beolchi e i medici del ragazzo credono che se le sue esigenze fossero state ascoltate prima, forse non sarebbe mai caduto in quel vortice. «Il problema non è la droga», conclude Feder, «ma il perché uno la usa. La sostanza è ciò che ti imprigiona, lo sfondo è spesso una grande solitudine. Sentire finalmente una voce familiare e amica aperta all’ascolto, può davvero aiutare a uscirne».

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