La società evaporata

La società evaporata

Genitorialità in crisi, post-narcisismo, dipendenze e adolescenze senza ribellione caratterizzano un’epoca di smarrimento e solitudine. Il punto di vista di tre psicologi a contatto diretto col disagio diffuso nella nostra società.

A cura di Giuliano Di Caro | equilibrimagazine.it

“Sa cos’è successo di davvero sconcertante al termine della pandemia, quando le scuole hanno riaperto? L’enorme difficoltà di tanti ragazzi delle medie, preadolescenti, a ritornare in classe. Il problema non stava tanto nel rapporto con l’adulto, l’insegnante, la verifica dell’apprendimento, quanto proprio nella relazione con gli altri ragazzi, nella difficoltà e nel timore di condividere nuovamente degli spazi comuni, nel gestire le relazioni con i propri coetanei. È come se nel periodo di distanza fisica quelle relazioni si siano svilite, svuotate, divenute virtualizzate e fasulle, distanti dal vissuto reale dei ragazzi. Si tratta di problema di enorme portata perché nell’età della formazione è fondamentale il confronto con l’altro, con il gruppo, che da un lato ovviamente ti offre certezze e identità, ma dall’altro è sempre molto temuto, è l’arena in cui ti giochi il tuo valore rispetto agli altri. Sottrarsi a questo meccanismo significa sentirsi a priori profondamente inadeguato, ritrarsi, perdere occasioni”.

La negazione del senso del limite 

Dalla dottoressa Gabriella Belotti – psicoterapeuta psicoanalitica ordinaria con funzioni di training della Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica – non sentirete assegnare colpe facili, per così dire, specialmente di fronte a fenomeni complessi. Certo, l’epoca dei social network in tutta evidenza genera ogni giorno “rappresentazioni fittizie, non complete, dentro le quali ci si può anche rifugiare, evitando una vera costruzione della propria personalità”. Il tema di fondo, quello che Belotti affronta quotidianamente e da molto tempo con i suoi giovani pazienti, è “la questione del sé, del come costruiamo la nostra identità. Si tratta di un processo che è in atto per tutta la vita”. E a essere sotto attacco, oggi, è l’intero meccanismo di creazione dell’identità di ragazzi e giovani adulti.

“Nel nostro Paese l’aumento del disagio, specialmente giovanile, è un qualcosa di subdolo, che è andato pian piano scavando, sottotraccia, per molto tempo. Mi è difficile datarlo con precisione, posso dire che c’è sicuramente stata un’accelerazione, specialmente a partire dai primi anni Dieci.” Secondo la Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e Adolescenza, in Italia un minore su cinque presenta un disturbo neuropsichiatria dell’età infantile. Si tratta di oltre un milione e mezzo di ragazzi. Quasi la metà dei disturbi mentali negli adolescenti è rappresentata da ansia e depressione. 

“Dal mio punto di vista, un elemento cruciale di questo periodo è il tema dell’accesso al limite da parte degli individui. Il fatto che non tutto sia possibile. Se non accediamo al limite, ci rimane precluso anche il dominio della possibilità, della creatività. L’altro lato della medaglia è l’incapacità diffusa del processare il lutto rispetto a ciò che non possiamo essere. La nostra società è fortemente strutturata per farci credere che invece tutto sia possibile o, per converso, sia tutto impossibile, quando il castello di carte crolla”. Quando manca la percezione di ciò che ci è possibile e ciò che non lo è, lo scontro con la realtà dei fatti diventa infatti catastrofico, paralizzante. I dati Istat più aggiornati riportano che in Italia nel 2024 il numero dei Neet si è attestato al 15,2% del totale, 1,34 milioni di giovani. Praticamente 1 giovane su 6 nella fascia tra 15 e 29 anni non studia, non lavora e non è inserito in un percorso di formazione. Numeri in miglioramento rispetto al biennio precedente, ma pur sempre molto impattanti sulla vita del Paese, oltre che ben al di sopra della media UE, all’11,2%.  

“Viviamo nell’inganno costruito ad arte che tutto sia possibile e questo porta a un netto aumento del disagio. All’incapacità di accettare le perdite, intese come chiusura di possibilità. Una capacità necessaria per affrontare ogni aspetto della vita. In un certo senso, ogni scelta che facciamo è anche un lutto, poiché scegliendo un corso d’azione ne precludo sempre degli altri. In ogni ambito, dalle trasformazioni del corpo alla procreazione assistita, dobbiamo aiutare le persone a elaborare questo lutto, accettando un limite invalicabile. Nel caso del transgender, per esempio, il corpo che ha nel paragone con quello che vorrebbe, o che non avrà mai il corpo ideale di uomo o di donna che desidera. Non sarà mai un corpo perfetto. Nel caso di quello femminile, non potrà mai partorire. Facendo un lavoro centrato sui limiti, sull’accettare la realtà delle cose, vediamo spesso come queste persone non sentano più la necessità di perseguire, per esempio, una trasformazione chirurgica del proprio corpo. Anche quando lavoro con i genitori adottivi devo accompagnarli in percorsi segnati dal limite: non poter mettere al mondo un bambino, ma anche che il bambino che avranno non sarà mai quello perfetto, idealizzato, che loro immaginavano. Ciò è vero persino nel caso dei genitori naturali. Il tema del limite, di ciò che fa parte di canoni ideali e non potrà mai essere, è un terreno assolutamente chiave per la salute delle persone, eppure è un aspetto che la nostra società nega costantemente”.

Apologia dell’annoiarsi

Secondo Belotti, gli ultimi dieci anni sono segnati da aspetti sociali e politici che non possiamo ignorare. “Assistiamo a un aumento notevole del senso di solitudine e di smarrimento delle persone, di legami sociali sempre più deboli e rarefatti. Di conseguenza, si cercano soluzioni, per così dire, attraverso il diniego, l’illusione, il mantenimento di una realtà narcisistica che consenta di non entrare in contatto con il dolore, la sofferenza, la fatica che porta il vivere. Che è fatto anche di tanti piccoli grandi lutti. Stare a contatto con le proprie emozioni è faticoso, diventa più semplice non pensare troppo, non trarne le conseguenze profonde”. L’aumento della solitudine sociale tout court completa il quadro. “Le dimensioni di aggregazione e di socializzazione sono state attaccate profondamente e progressivamente sostituite dalla socialità digitale. È oggi molto difficile utilizzare in maniera corretta le possibilità aperte dal digitale, specie per via delle logiche profonde di funzionamento dei social. Ci sono poi differenze profonde tra guardare un film a casa propria e al cinema. Ed è un’esperienza diversa vedere un film al cinema anche rispetto al vederlo a casa in compagnia. La dimensione del fare esperienze insieme agli altri, in luoghi deputati a esaltarne le caratteristiche distintive, è andata in crisi. Una mia paziente mi ha raccontato dei grandi benefici che ha percepito quando è riuscita a vincere le proprie resistenze e, dopo tanto tempo, è riuscita a guardare un film in sala, seduta vicino ad altri, commentando, commuovendosi, pensando che altre persone erano lì con lei e potevano vederla, sentirla”.

La nostra è un’epoca in cui il fatto di percepire un vuoto porta immediatamente al tentativo di colmarlo. “Ma lo si fa in maniera scomposta, con l’adrenalina degli sport estremi, scommettendo, passando tantissimo tempo sui social, anestetizzando di emozioni un sé che non ce la fa da solo e si rifugia in realtà fittizie. E questo sovraffollamento è all’opera anche nella vita dei bambini e dei ragazzi, che hanno giornate sconvolgenti, infarcite oltre alla scuola di mille attività extra, karate, nuoto, catechismo, musica, e non hanno mai il tempo per annoiarsi. La gente rifugge la noia, ne è atterrita. Eppure ci perdiamo tantissimo: la noia è il vero contatto con il vuoto, è dal vuoto che nasce l’idea, la creatività, qualcosa che prima non sapevi di voler esplorare o creare. Se tu riempi tutto, non c’è spazio perché nasca un bel niente. Immersi come siamo in flussi incessanti di parole, non abbiamo tempo per pensare a cosa dire”.

Un “pieno costante” che dice moltissimo, sia dei genitori che dei figli. “Da un lato abbiamo genitori evaporati, smarriti, che non sanno più ( o non hanno mai saputo) come fare i genitori, ossia trovare le giuste distanze, le giuste fermezze, nel rapporto coi figli, complice spesso una loro adolescenza mai finita: un narcisismo di fondo che porta a un eccesso di identificazione nei figli, nei loro risultati positivi o negativi che siano, in una costruzione dall’esterno dei loro bisogni. Eppure il genitore deve essere altro, deve essere anche un po’ stupido a volte, nel dire di no e lasciare al figlio uno spazio di manovra, di ribellione. Dall’altro lato, troviamo ragazzi che non vivono più l’adolescenza. Molte volte nella loro storia apprendo che si sono completamente negati la fase trasgressiva. L’adolescenza è il momento di rottura in cui non affidi più il tuo senso di identità ai genitori, è lo smarrimento di non sapere più chi sei, ma anche la spinta a cercare chi sei davvero. Oggi moltissimi ragazzi si allineano agli ideali di mamma e papà, si adeguano all’idea di piccoli adulti dei genitori o ai modelli proposti da influencer, creator e altre figure poco ancorate alla realtà. È un appiattimento epocale di quel momento di sconvolgimento che un tempo portava trasgressione e ricchezza, mentre oggi è segnato dall’omologazione”.

Sii te stesso, ma a modo mio

Il modo di essere genitori oggi è dunque un tema rilevante per provare a comprendere una parte rilevante del malessere diffuso nella società, sia sul fronte degli adulti che su quello delle nuove generazioni. Lo conferma anche il pensiero di Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, Presidente della Fondazione Minotauro e autore, tra il 2021 e il 2025, di una trilogia  (edita da Raffaello Cortina editore) dedicata all’esplorazione dei molteplici contesti in cui gli adolescenti sono chiamati alla sempre più complessa sfida di sviluppare un’identità propria. In “Sii te stesso a modo mio. Essere adolescenti nell’epoca della fragilità adulta” Lancini focalizza l’attenzione sulla genitorialità e sui danni fatti da un paradigma che chiama “post narcisistico”, segnato cioè da una preoccupante inversione di ruoli: i ragazzi che si adattano alle esigenze e aspettative degli adulti per paura di minarne le certezze, mentre loro stessi diventano sempre più fragili e insicuri, pagando un prezzo altissimo in queste adolescenze giudiziose, da piccoli adulti, senza sussulti o ribellioni degne di tal nome. Confusione, ansia, assenza di punti di vista futuribili dominano la nostra società, ma non possiamo più ignorare il ruolo che gli adulti stanno ricoprendo nella loro diffusione. 

“Nel libro parlo della necessità di un’alfabetizzazione emotiva degli adulti. Viviamo in una società dissociata, pornografizzata, in cui si sono sgretolati i limiti tra dimensione privata e pubblica e per avere successo, in qualsiasi campo, devi postare e farti notare continuamente. Ricordo il mio disagio come padre il giorno in cui mio figlio ha finito la quinta elementare, quando tutti quanti, riprendendo ossessivamente con il telefonino, alimentavano un clima di intensificazione emotiva. I bambini alzano gli occhi e non vivono il sentimento e la partecipazione dei genitori, bensì un habitat spettacolarizzato, molto lontano dal gioco o dalla leggerezza. È nata una cultura del selfie estremo e poi però ci lamentiamo che i ragazzi passano troppo tempo al cellulare. In una società digitale, nella quale due lavori su tre del futuro oggi non sappiamo neppure quali saranno, la scuola dei bollini rossi e verdi come criterio di valutazione demonizza videogiochi e Internet, additati come grandi distrattori. Invece di prestare attenzione ai modelli genitoriali e scolastici a cui esponiamo i nostri figli, abbiamo insomma scaricato le responsabilità su Internet e sulla pandemia, alimentando incomprensione e delusione nei ragazzi. Gli adulti, famiglia e scuola, devono accettare che oggi si cresce online e che il malessere dei ragazzi arriva anche dalla gestione incongrua di questi ambienti da parte degli adulti, che non li comprendono e non forniscono strumenti di comprensione o occasioni di confronto.”

Secondo Lancini, sempre più spesso i genitori propongono un modello distorto in cui si rifiuta con ostinazione ogni aspetto negativo e problematico della vita. “Oggi gli adolescenti crescono per delusione e non per contrapposizione, perché esposti a un ideale infantile molto elevato e competitivo. Vanno in giro come piccoli adulti e la pubertà psichica anticipa quella fisica. Il figlio è diventato una funzione dell’essere un bravo genitore, oppure un bravo insegnante. Manca l’identificazione con chi è l’altro, lo sforzo di comprendere le specificità di quel bambino, riconoscendo inciampi e delusioni come parti importanti del processo di crescita. I ragazzi crescono seguendo un mandato paradossale: si finge di dar loro spazi in cui possono esprimersi per ciò che sono, ma in realtà la richiesta è essere se stessi a modo nostro, in funzione di ciò che vogliamo che siano e di come desideriamo che ci facciano apparire in quanto genitori o educatori”.

Qual è il risultato di questa incongruità? “Così si crea una società dissociata. Per farsi belli i genitori fanno spegnere il cellulare ai figli la sera, a cena. Ma non creano davvero una dimensione di ascolto. Sarebbe importante chiedere ai figli: ‘Com’è andata in Internet oggi?’ ‘Sei triste?’ ‘Pensi a farti del male?’ In una società in cui la sessualità ha ceduto lo scettro all’estetica, chiediamo loro: ‘Ti senti bello o brutto?’ Gli adulti sono terrorizzati all’idea di affrontare certi argomenti, rimuovono costantemente temi come la morte, il dolore, il suicidio, che dovrebbero invece trovare posto nelle discussioni in famiglia. Ovviamente anche il fallimento non è tollerabile, rimosso dalla retorica del successo che ha impregnato la società. Con adulti così spaventati dal fallimento e dal dolore dei figli, a questi ultimi non rimane che rifugiarsi sul web e tentare di non turbare i loro fragili genitori, allineandosi alle aspettative. Vengono trattati da piccoli adulti quando sono bimbi, ma poi infantilizzati quando sono adolescenti. Vengono accompagnati a scuola dai genitori fino al liceo, invitati a instaurare un dialogo basato sull’affetto, ma al primo inciampo subiscono atteggiamenti autoritari e divieti. Le loro difficoltà e dolori sono vissuti come un affronto dai genitori. I ragazzi lo sentono e fanno una fatica tremenda a esprimere le emozioni negative. In questo modo, l’immaturità post-narcisistica dei genitori nega loro uno spazio fondamentale nel processo di crescita”. 

I figli che chiedono aiuto per i genitori 

Tassello chiave della società evaporata, la crisi della genitorialità è leggibile a tanti livelli, anche più apertamente patologici, come ben racconta la parabola del Movimento No Slot a Pavia, innescata dall’impegno di uno psicologo ed educatore, Simone Feder. “Era il 2011 quando nel nostro centro di ascolto a Pavia arriva un quindicenne, Fabio, insieme al papà. Chiedo allora al genitore cosa avesse combinato il figlio. Cattive compagnie? Ha “pasticciato” con delle sostanze? Il padre non risponde. ‘No, sono io ad aver portato da lei mio papà’, mi spiega il ragazzo”. Feder, coordinatore dell’area Giovani e Dipendenze della comunità Casa del Giovane di Pavia, dove è responsabile delle strutture terapeutiche, racconta così la nascita di quello che sarebbe diventato il Movimento No Slot, un’alleanza di cittadini contrapposta al dramma della ludopatia dilagante. 

“Dopo Fabio arrivarono tantissimi altri figli che chiedevano aiuto per genitori affetti da ludopatia. Michele, un suo amico, aveva lo stesso problema in casa. Il papà dilapidava tutti i soldi alle slot machine, la mamma se n’era andata e il ragazzo non voleva lasciare il genitore alla mercè della ludopatia, chiedeva aiuto anche su questione pratiche, su come gestire il conto del padre, in modo da impedirgli di continuare a rovinarsi. Da quella scintilla, radunai una ventina di mogli pavesi che avevano lo stesso problema e le indirizzai dal giudice per bloccare i conti dei mariti. A quel punto avevo capito che dovevamo dare risposte concrete a una malattia sociale che si era diffusa enormemente sul territorio. Siamo partiti creando dei gruppi, entrati nella realtà di quel disagio, svegliando un po’ la città. Fino a quel momento mai avevo pensato che avrei visto ragazzini portare da noi i genitori, anziché il contrario. Ma la situazione drammatica era certificata anche dai dati: nel Pavese 2.954 euro all’anno pro capite bruciati nelle macchinette”. Un’emergenza sociale: pensionati che in due giorni danno fondo all’intera pensione. Genitori che portano alla miseria le famiglie perché incapaci di fermarsi. Quel territorio, in quegli anni, è stato la rappresentazione concreta, plastica, di un disagio profondo, dilagato in centinaia di traiettorie di vita devastate. Alla fine del 2013 anche il “New York Times” mandò una giornalista a Pavia, tale fu la portata della pentola scoperchiata da quella prima richiesta di aiuto. Intanto il Movimento No Slot era cresciuto, decine di persone avevano chiesto aiuto per uscire dal tunnel dell’azzardo, alcuni bar avevano iniziato a togliere le macchinette, una volta compresa la realtà delle cose. 

L’azzardo sistemico, specchio di una società tossica 

“In questi dieci anni abbiamo lavorato tantissimo nelle scuole, partendo dallo svelare il primo, colossale inganno: chiamare gioco ciò che invece è azzardo. I ragazzi devono sviluppare un senso critico sulla questione. Sanno che il gioco è altro dall’azzardo. Eppure il sistema continua a chiamarlo gioco. E le parole sono pietre. Sia chiaro, non basta fare interventi. Devono essere quelli giusti. Quando racconti nelle scuole il vissuto drammatico di certe famiglie – quello dei fratellini Adriano e Tommaso è al centro del libro di Feder No Slot, l’azzardo non è un gioco Giunti Editore, ndr – i ragazzi ti stanno ad ascoltare. Loro stessi hanno raccontato alcune vicende, realizzando numerosi video no slot e proiettandoli nelle proprie scuole. La nostra battaglia è culturale, di attenzione, sensibilizzazione, di supporto concreto, diretto, a quelle famiglie che soffrono a causa dell’azzardo”.

Secondo Feder, il richiamo sistemico all’azzardo è emblematico della società tossica in cui viviamo, che genera ansia, inazione, dipendenza. “Abbiamo tante persone tra i 50 e i 65 anni che giocano fisicamente nei bar o nelle sale slot, portate da noi dalle mogli o dai mariti. Ma tra i giovani tutto si è trasferito online. Oggi abbiamo amici che salvano altri amici, ragazze che portano i propri ragazzi. Tantissimi ragazzi hanno passioni che non perseguono perché si perdono nell’azzardo. O falliscono a scuola, pur avendo capacità e intelligenza. Viviamo in una società svuotata: anni fa alla domanda perché giochi rispondeva ‘per arricchirmi’ il 67% degli interpellati, oggi è sceso al 45%. Il vuoto e la noia portano all’azzardo. Per intercettare i giovani l’azzardo si è infatti spostato sul telematico, dove i ragazzi passano sempre più tempo. Nel digitale, l’azzardo è cresciuto a livelli stratosferici. Le lobby investono senza tregua, anche attraverso l’opera di influencer su Twitch che insegnano come giocare, come utilizzare le criptovalute, sponsorizzano prodotti e giochi di ogni tipo. L’intento è chiaro: formare una generazione di gambler. E intanto se chiedi ai ragazzi se in famiglia qualcuno gioca d’azzardo ogni giorno, uno su dieci ti risponde di sì. Allora cosa puoi proporre in alternativa? Serve che l’intera comunità sia educante, perché da soli non ce la facciamo. Che si vada a prendere il disagio anziché attendere che arrivi alle nostre porte, quando è già tardi. Come Casa del Giovane proponiamo spazi in cui le persone possano esprimersi. Oppure andiamo a Rogoredo, il mercoledì sera, portando vestiti e attività a gente dimenticata da tutti. I giovani stessi non ci stanno quando vedono situazioni di profondo degrado, fanno cose sorprendenti, coinvolgono altri ragazzi. Questo è il tipo di risposta che possiamo dare all’azzardo, valorizzare gli atteggiamenti positivi. Fin dall’inizio non abbiamo fatto la guerra ai baristi con le slot nei locali, abbiamo invece rafforzato chi non le ha messe e aiutato chi voleva toglierle, lavorando sulla sensibilità degli individui. Educazione e cultura sono le nostre uniche, vere armi”. 

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