IL PARADOSSO DELLA DIPENDENZA
IL PARADOSSO DELLA DIPENDENZA
Organizzato da Cdo Opere Sociali
Bartolomeo Barberis, responsabile Casa CEC, Forlì; Maria Teresa Bellucci, viceministro al Lavoro e alle Politiche Sociali; Simone Feder, psicologo ed educatore, Casa del Giovane; Sergio Ishara, medico psichiatra, fondatore e coordinatore Programma Gruppo Comunitario di Salute Mentale. Modera Stefano Gheno, presidente Cdo Opere Sociali
L’essere dipendente è una caratteristica strutturale dell’uomo, senza la quale non ci può essere crescita. Come mai allora si parla sempre e solo delle dipendenze cattive? Vogliamo esplorare le differenze tra «buone» e «cattive» dipendenze, per comprendere come usare le prime per trasformare le seconde. Sviluppo: Introduzione sulle dimensioni del fenomeno, testimonianze da comunità educative e terapeutiche, conclusione: usare bene il dipendere.
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STEFANO GHENO
Buonasera a tutti quelli che sono venuti a questo incontro. Io sono Stefano Gheno, sono il presidente di CDO Opere Sociali, modero questo incontro dal titolo “Il paradosso della dipendenza”. Perché il paradosso della dipendenza? Oggi abbiamo un obiettivo abbastanza ambizioso che è quello di sfidare un luogo comune che si è rafforzato sempre di più in questi ultimi decenni, che la dipendenza sia di per sé un male. Tanto è vero che noi usiamo il termine dipendenza sempre e solo in negativo. La dipendenza è patologia, è assumere delle sostanze oppure avere delle condotte abituali che sono contro di te, perché il valore è l’indipendenza.
Noi crediamo di no. Noi crediamo che l’indipendenza sia un falso valore, che l’idea di libertà che coincide con l’indipendenza non sia un’idea buona e che c’è invece una dipendenza buona, che magari è più corretto chiamare interdipendenza, che è un requisito necessario per una crescita sana della persona, ma anche della società. Noi vogliamo oggi affrontare questo tema, è un tema ambizioso come dicevo, con dei relatori d’eccezione, delle persone che io, anche se alcune di loro le conosco da tempo, altre da meno tempo, posso affermare essere degli amici e quindi che ringrazio tantissimo di aver accettato questo nostro invito.
Abbiamo con noi il viceministro Maria Teresa Bellucci, viceministro alle politiche sociali, al lavoro e alle politiche sociali. Maria Teresa è un’amica del Meeting, è una nostra compagna di strada, è una persona molto attenta ed è anche una persona molto competente perché è una psicologa psicoterapeuta che ha iniziato e per molti anni si è occupata proprio di dipendenze patologiche. Quindi grazie per essere qui, Maria Teresa, ci aiuterà a capire bene, concludere e tirare le fila del nostro discorso.
Poi abbiamo Simone Feder. Simone Feder è psicologo, è educatore, è responsabile di un’importante comunità che accoglie persone fragili. L’abbiamo invitato come conoscitore, ma anche perché Simone è protagonista da alcuni anni di un’avventura incredibile in quello che è tristemente noto in tutto il Paese come il Bosco di Rogoredo. Rogoredo è una località nella periferia sud di Milano in cui da alcuni anni si sta manifestando un fenomeno tragico. Centinaia, migliaia di giovani che tutte le notti si inoltrano nel bosco a cercare droga. All’inizio prevalentemente droghe sintetiche o cocaina, ormai da alcuni tempi eroina, che ha riportato, ahimè, alla memoria, io ero giovane negli anni 80, mi ricordo molto bene le morti nei parchetti per overdose di eroina. Questo pensavamo di essercelo lasciato dietro le spalle, ma è invece drammaticamente presente.
Di fianco a lui Bartolomeo Barberis, espressione storica mi permette di dire dell’Associazione Papa Giovanni XXIII. In questo momento è responsabile dell’associazione sul tema delle dipendenze presso le Nazioni Unite a Vienna e siamo molto contenti di averlo tra noi anche perché quest’anno ricorre il centenario della nascita di Don Oreste, il fondatore della Papa Giovanni. Quindi è particolarmente significativa la sua presenza, loro hanno anche una mostra qui al Meeting, quindi evidentemente invitiamo tutti a vedere.
L’ho lasciato per ultimo, ma non certamente per la non rilevanza, il professor Sergio Ishara, medico psichiatra da un altro continente. Con noi viene dal Brasile, da San Paolo del Brasile e ha sviluppato sul campo un metodo di lavoro che lui chiama Gruppo Comunitario di Salute Mentale. Abbiamo chiesto perché lui ci possa dare una lettura in positivo della comunità.
Questi sono i nostri convenors, sarà molto affascinante sentirli e quindi darei il via alle danze, non rubando altro tempo e passando la parola a Simone. Simone, che cosa, che cos’è questa, io la chiamo così, questa libertà che uccide, che tu incontri tutte le sere a Rogoredo?
SIMONE FEDER
Buonasera a tutti. Mi sono preparato il discorso così non vado fuori i tempi. Accolgo con gratitudine questo titolo che mi è stato affidato e che racconta anche molto della mia esperienza quotidiana. Vi parlerò non di numeri né di statistiche, ma vi parlerò di ciò che incontro varcando, passando queste serate, come molti dei ragazzi qui presenti in sala e non ragazzi, ma giovani presenti che potrebbero raccontare anche meglio di me.
Rogoredo ormai è diventato un emblema, è diventato un simbolo, ma in realtà ci parla di tante periferie, di molte periferie visibili e invisibili, o meglio, è comodo dire visibili e invisibili, oggi forse è meglio chiamare dimenticate perché li vediamo ma non li guardiamo. Ragazzi, adulti che cercano la libertà in una sostanza, in una fuga, in un anestetico, cercano di staccare la spina col mondo, di spegnere questo dolore, una ricerca che alla fine poi diventa incatenata in briglia ed è una libertà che spesso uccide.
Molti lo chiamano bosco della droga, il binario morto. Certo, l’immagine che viene in mente è dura, sono siringhe di degrado. Pensa Pietro di 21 anni che giorni fa mi ha detto che “a forza di vivere nel degrado sto diventando degrado”. Io però in tutto questo vedo volti. Volti di giovani, spesso anche giovanissimi in questo periodo. Ho lanciato anche un alert sui giornali perché c’è un ritorno dell’eroina, si stanno abbassando i prezzi, c’è un mercato venditore di morte che sta seminando qualcosa che non si sa che cosa. Bisogna starci in questi non-posti.
Vedo attraversare i binari, scavalcare la staccionata e sparire poi nel bosco. Cercano un sollievo, un respiro, ma quella che chiamano libertà dura un attimo e poi diventa prigione. Spesso dei ragazzi mi chiedono: “Ma tu Simone, cosa ci vai a fare a Rogoredo?” La risposta è semplice: non porto soluzioni miracolose con i tanti volontari, con i tanti giovani, porto tempo, ascolto e anche tanta presenza. Il nostro compito non è convincere con discorsi morali o risolvere subito i problemi, è esserci, è fermarci accanto a un ragazzo, stringergli quella mano, guardarlo negli occhi e chiamarlo per nome, anche solo restare con lui in silenzio, perché a volte non si hanno risposte. O meglio, a volte fatichiamo a porci le domande giuste. Tempo fa un ragazzo mi ha detto: “Qui nessuno mi chiama mai per nome. Tu sì e anche i volontari e questo mi ha fatto sentire forse che valgo anch’io ancora qualcosa.” Quelle parole mi hanno colpito, mi ha fatto molto pensare perché in fondo ciò che manca a tanti non è una soluzione immediata ma il sentirsi riconosciuti. La prima cura non è il farmaco, ciò che uccide è la solitudine. La prima cura è una relazione, non è una clinica ma uno sguardo che ti restituisce quella dignità.
Oggi viviamo un tempo che esalta la libertà di provare, di consumare, di scegliere. Ma ogni giorno vedo come questa libertà senza legami poi diventa anche prigione. Nessuno entra in quel posto, in quel non-posto, in quel bosco con il sogno di distruggersi. Ci entra perché c’è un dolore che non trova risposta. Rogoredo non è un mondo a parte, è uno specchio di una fragilità della nostra società e ogni ragazzo che finisce lì ti porta a chiederti delle domande: “Che adulti ha trovato accanto a sé nel suo crescere, oppure che ascolto, che opportunità gli sono state offerte?” Le dipendenze non nascono nel bosco, nascono prima da un vuoto che tanti giovani portano dentro. Rogoredo non è la causa, è il sintomo e a volte quando si parla di vuoto, mi preme sottolinearlo perché lo dico a volte anche con molti giovani, questo vuoto nasce a volte da un troppo pieno, di aspettative, troppe pressioni, troppe prestazioni che vengono richieste oggi.
Oggi le dipendenze hanno molti volti. Pensiamo a tutto il mondo che sta crescendo, che mi preoccupa sempre di più. Pensate al mondo del gioco d’azzardo, delle criptovalute. Pensate come crescono i segni, i gesti di autolesionismo nei giovani, i vari disturbi. Nessuno, ho imparato in questi anni, si salva da solo. La differenza la fa sicuramente la comunità, la fa l’ascolto. Le dipendenze non si vincono con slogan “non drogarti”, non bastano campagne anche repressive. Le dipendenze si vincono sporcandosi le mani, fermandosi davanti a quel volto e non girando lo sguardo dall’altra parte.
La cura spesso nasce da un gesto semplice. Io la sto vedendo in comunità, la Casa del Giorno di Pavia. Il nostro fondatore, Don Enzo Boschetti, ha fondato le prime comunità. Pensate, nel ’67 i ragazzi ci stanno perché i cancelli sono aperti. Allora che cosa li tiene li tiene lì sicuramente la relazione umana che uno trova, quando tu entri nel cuore dell’altro. Allora nasce da un gesto semplice, a volte un abbraccio, una parola giusta al momento giusto, una camminata insieme.
Ogni volta che lascio Rogoredo mi porto delle domande, una fra tutte che affido anche a voi: quali sono le nostre gabbie? Perché non esistono soltanto le dipendenze grandi, quelle che colpiscono l’immagine, quelle che fanno scoop, quelle che finiscono sui giornali. Pensate, ieri una volontaria mi ha mandato una foto di un ragazzo che sembrava spazzatura. Ma ci sono dipendenze anche molto più sottili, quotidiane. Pensate il bisogno di apparire, la corsa al lavoro, lo schermo che ci cattura continuamente, continuiamo a scrollare, le comodità che ci immobilizzano e la smania anche nostra di controllo.
Abbiamo confuso la libertà con l’assenza di legami, ma se togliamo i legami buoni ne arrivano altri più stretti, più diabolici, più distruttivi. La vera libertà è un’altra cosa: imparare a saper dipendere bene, saper dipendere bene da ciò che ci fa crescere e ci restituisce vita. Se vogliamo rispondere al mondo delle dipendenze non basta dire dei no. Oggi non è più il tempo. Magari se poi trova spazio un altro mio piccolo spazio di intervento, vi parlo di un cambio di paradigma: oggi è essenziale anche nel rivoluzionare i servizi, le comunità, perché o noi arriviamo alla comunità educante o altrimenti il disagio ci travolge, non possiamo farcela da soli.
L’esperienza di Rogoredo non è una favola. Ci sono cadute, ricadute e purtroppo anche morti, a volte premature. Ci sono storie che si interrompono troppo presto, lasciano ferite aperte, ma ci sono anche segni di speranza, a volte piccoli, quasi impercettibili. Non bastano i protocolli, bisogna andare oltre. Termino questo mio intervento. Bisogna esserci in questi non-luoghi perché più li abitiamo più preveniamo, più si diffonde un concetto e una cultura diversa di accoglienza e più si diffonde anche quel vero senso di libertà. Oggi concludo con uno slogan: dobbiamo davvero liberare la libertà. Grazie.
STEFANO GHENO
Grazie Simone, grazie per questo tuo intervento. Approfitto di due cose che hai buttato lì, in particolar modo una perché voglio fare una domanda a Meo. Tu hai detto che c’è bisogno di comunità. Allora io vorrei dirlo con il punto di domanda: c’è bisogno di comunità? perché molte voci che ci arrivano è che è sempre più difficile per i giovani utilizzare lo strumento comunità, starci dentro. Simone ha fatto un’affermazione che poi gli chiederò di argomentare circa le porte aperte e la possibilità, però adesso vorrei chiedere a te che sicuramente hai visto tanti anni di sviluppo della comunità e ci sei ancora dentro, cosa sta succedendo?
BARTOLOMEO BARBERIS
Grazie. Molte cose che hai detto sono parte di quello che avrei voluto dire anche io, quindi continuo il discorso che tu hai fatto. Perché? Perché sicuramente abbiamo ormai capito bene che la tossicodipendenza, tutte le altre forme di dipendenza da sostanze o comportamentali, adesso siamo di fronte a gioco d’azzardo, l’utilizzo distorto dei social, tutte le dipendenze alimentari che sono così pesanti, sono una risposta sbagliata a bisogni autentici e profondi che le persone vivono, che i nostri giovani vivono, che noi viviamo, perché non dimentichiamo che la dimensione della dipendenza malata, patologica, non riguarda più i giovani, riguarda un po’ tutti.
Noi siamo una società additiva. Queste espressioni che si usano per dire, basti a guardare all’enorme consumo di psicofarmaci. Ma io personalmente, se dovessi dire qual è la dipendenza più presente in una società come la nostra, mi verrebbe da aggiungere la dipendenza da mammona, dall’accumulo dei beni materiali non usati per il bene comune ma per l’accumulo individuale e ultimamente ci aggiungerei sicuramente anche la distorsione dell’utilizzo dei social. Tutti noi utilizziamo i social ed è una cosa buona, ma facilmente diventano elementi di dipendenza.
Allora, il vero punto di svolta è quello di riscoprire una risposta vera ai bisogni più profondi, che sono quelli che ci dicevi Simone, cioè il bisogno di relazioni autentiche. Perché è nella relazione autentica con gli altri che io cresco nell’identificare la mia personalità. È nella relazione che riesco a costruire con le altre persone che io sento di essere anch’io persona. Sento che la mia vita è un valore e non è da buttar via. Comincio a vedere quanto è bella la natura creata, perché chi è in certe situazioni purtroppo non riesce a godere della bellezza della natura e aggiungerei, perché credo che ne sono convinto, apro la mia mente, il mio cuore, la dimensione dell’infinito, della ricerca dell’assoluto, della ricerca di quella relazione con chi ci ha creato, che è parte di tutto questo mondo di relazioni che noi viviamo.
La comunità, che è meno di moda, è più difficile come accesso, come accettazione, ma resta uno degli spazi, degli strumenti principali per sperimentare questo. Se la persona che ha una dipendenza malata, giustamente parliamo di dipendenze a volte in maniera impropria, perché siamo tutti giustamente dipendenti a partire dall’aria che respiriamo, dal cibo, dall’acqua e a partire soprattutto dal bisogno di sentirci amati e di amare qualcuno. Questo è il bisogno grande che c’è nel cuore e nella mente di ognuno di noi. Tutte queste realtà possono cadere, possono degenerare nelle dipendenze patologiche.
Allora cos’è che aiuta ognuno di noi a raggiungere quel giusto equilibrio che ci permette di vivere le situazioni di relazione, di dipendenza anche dalle cose senza degenerare nella dipendenza patologica? È il vivere queste dimensioni. Nella comunità terapeutica le persone, i giovani ma anche i meno giovani che riescono ad accedere, hanno l’occasione di cominciare a sperimentare cosa vuol dire stare con gli altri, con molta fatica, perché nessuno entra in comunità dicendo che è bello. No, è difficile, non è facile, anche perché siamo una società che fa sempre più fatica a essere educata sulla dimensione comunitaria.
Chiunque di noi viene da paesi o è stato in paesi diversi, io frequento abbastanza l’Africa nelle nostre realtà, tocca con mano come in altre culture la dimensione del sociale è ancora molto più presente. Da noi siamo un po’ in difficoltà. La comunità diventa un’occasione per toccare con mano come sia difficoltoso e faticoso, ma è arricchente, è liberante. La sperimentazione della vita comune all’interno delle comunità resta una delle strade principali, privilegiate per cambiare veramente il nostro modo di affrontare le realtà e stare al mondo. Bisogna però andare più in profondità e dire che le comunità devono essere sempre più tali, cioè aperte, cioè legate alla vita delle situazioni delle persone.
Come Comunità Papa Giovanni, fin dall’inizio Don Oreste ha sempre proposto la presenza nelle nostre strutture anche di persone che non sono tossicodipendenti o altro, che sono persone che ad esempio hanno problemi di handicap. Credo che una delle ricchezze della nostra Comunità Papa Giovanni sia stata quella che ci sono in Italia dodici comunità terapeutiche, ma ci sono 400 strutture di accoglienza, case famiglia, i CEC per i carcerati. Non dobbiamo uscire da una settorializzazione marcata, da una specializzazione perché è nell’incontro con l’uomo, con la donna, con tutte le sue situazioni di vita che noi veniamo arricchiti.
Quindi la comunità sì, assolutamente, diventa un’occasione. Tra l’altro, frequentando i contesti internazionali in occasione ad esempio del CND, Commission on Narcotics and Drugs annuale, hai un’evidenza di come la ricchezza che abbiamo in Italia a livello di esperienza di vita comunitaria è veramente unica, in molti altri paesi non c’è assolutamente questo. Questa è una ricchezza che noi dobbiamo conservare e sviluppare, però con la scelta di essere sempre più aderenti alla realtà dell’oggi, quindi in questa apertura, in questo continuo scambio fra la comunità terapeutica e la società e la realtà civile.
Noi siamo fatti per vivere in comunità, a partire dalla prima comunità che è la famiglia. La comunità però deve avere questa ricchezza educativa. Questa mattina era una comunità particolare, il carcere di Forlì. Anche quella è una comunità in qualche modo, perché è una struttura vitale con storia. Tu tocchi con mano, però, respiri parlando con le persone che sono lì, che manca un elemento essenziale, cioè la scelta di esserci, ovviamente per chi è recluso, quello è evidente, ma anche per tutti gli altri, perché poi il personale di custodia, non raramente anche il personale che è al compito educativo, vive delle situazioni di frustrazione, di pesantezza, di stanchezza.
Allora ciò che rende terapeutica la vita in comunità, che cos’è? È la presenza delle persone, di noi, che scegliamo di esserci, come dicevi prima. L’esserci è la scelta principale, la condivisione di vita. Tra l’altro, mi permetto di sottolineare che l’esserci corrisponde al messaggio molto preciso di vita che ci ha dato Gesù, la scelta dell’incarnazione, di rendersi presente, di non essere lontano ma vicino alla vita delle persone. È una strada non facile, è una strada dura per molti aspetti, che va incontro anche a momenti di delusione, di fatica, ma è veramente l’unica strada che porta alla crescita non solo delle persone che sono lì, ma dell’intera società.
Il grande male è l’indifferenza. Questa frase di Madre Teresa assomiglia molto ad un’altra frase che mi hanno spiegato usava Gramsci: “Odio l’indifferenza”. È la stessa linea, la scelta della condivisione, la scelta di non mettere lì nel Bosco di Rogoredo, ma nel carcere. Il carcere è oggi un grande serbatoio dove scaricare le persone che ci danno fastidio, che non sappiamo come gestire. Io sto insistendo molto anche nella mia comunità sul fatto che tutti noi, non so quanti di voi siano mai andati in un carcere come volontari, ovviamente non come detenuti, ma secondo me sarebbe necessario per ogni persona adulta sperimentare quella realtà, per vedere come lì è forte il bisogno della presenza della società, del non sentirsi semplicemente dei prodotti da scartare, un fallimento per la società. Grazie.
STEFANO GHENO
Allora, qui mi sembra che stiamo arrivando ad alcune questioni che sono cruciali. L’intervento adesso a Sergio Ishara. Io sono molto contento che ci sia qui il professor Ishara, perché ormai da alcuni anni, come Compagnia delle Opere e Opere Sociali, stiamo lavorando con una certa assiduità con il Latinoamerica. Adesso me l’ha fatto tornare alla mente l’intervento di Meo, che è una realtà, è un continente, è un tipo di società in cui la dimensione comunitaria è ancora molto presente. C’è un’idea diffusa di comunità che da noi si è persa sicuramente. Che non vuol dire che vada tutto bene, anzi spesso sono comunità molto fragili tenute insieme in maniera terribile. Il fenomeno del narcotraffico e delle dipendenze nelle periferie delle città di Sud America è terrificante. Noi siamo stati a Buenos Aires. Queste vittime loro lo chiamano “paco”, che è la pasta di coca, il primo prodotto basico della trasformazione della coca che dà una dipendenza immediata e trasforma le persone in larva. Quindi non sto dicendo, però certo, questo vedersi è qualcosa che è sicuramente più presente da noi. In questa realtà, Ishara e i suoi collaboratori hanno sviluppato un metodo. Se ce lo vuole raccontare, grazie.
SERGIO ISHARA
Grazie. Buonasera. Ringrazio molto per l’accoglienza ricevuta e per l’opportunità di partecipare a questo incontro. Cercherò di affrontare il tema della dipendenza a partire dalla presentazione di un programma di promozione della salute mentale che abbiamo sviluppato in Brasile, chiamato Gruppo Comunitario di Salute Mentale. Racconto questo lavoro con entusiasmo perché siamo stati continuamente sorpresi da ciò che accade.
Il programma è nato quasi 30 anni fa presso il Day Hospital della Facoltà di Medicina dell’Università di San Paolo nella città di Ribeirão Preto, dove siamo stati mobilitati dalla sofferenza dei pazienti psichiatri e dalla necessità di sviluppare nuove forme di cura. Ma, più ancora, siamo stati profondamente colpiti dalla ricchezza dell’esperienza di vita quotidiana raccontata dai pazienti durante il trattamento. Al di là della condizione di malattia è stato possibile riconoscere momenti di vita pieni di umanità. Da questa ammirazione è nato lo sviluppo di un metodo per accogliere la vita che pulsava nell’esperienza quotidiana. Abbiamo cercato di costruire una dimora in grado di ospitare chiunque fosse interessato alla cura della propria storia, strutturata in gruppi aperti alla comunità.
Nella prima parte dell’incontro, invitiamo i partecipanti a condividere esperienze legate alla cultura nata dal contatto con libri, musica, film o arte figurativa. Successivamente, raccogliamo i racconti della vita quotidiana e, infine, le esperienze che emergono dagli incontri nel gruppo. Un’attività è attraversata da una domanda proposta in modo esplicito o implicito: qualcuno ha un’esperienza di vita da condividere? Si tratta di un interrogativo che orienta all’incontro e, allo stesso tempo, diventa una provocazione quotidiana per i partecipanti.
Il programma, nato come forma di cura per i pazienti psichiatri, si è presto trasformato in una proposta per tutti, invitando i partecipanti a un autentico incontro con se stessi e con gli altri, favorendo il protagonismo e la costruzione di una comunità ampia e diversificata, tessuta a partire dall’offerta di momenti di vita riconosciuti come preziosi. Il gesto di condivisione porta con sé la generosità dell’offerta di sé come un piccolo mattone per la costruzione di una comunità.
Nei gruppi vengono condivisi brevi racconti. Per esempio, in un incontro recente, una ragazza ha parlato di essere andata al funerale di un familiare di un’amica. Era la prima volta perché fino ad ora aveva avuto solo l’esperienza di accompagnare i genitori. Ha raccontato il momento dell’abbraccio all’amica che ha descritto come un abbraccio inedito. È semplice questo racconto, però possiamo riconoscere qui una persona desiderosa del bene per l’amica, che vive con autenticità l’opportunità di accoglierla. Qualcosa che può sembrare allo stesso tempo ordinario, dato che ogni giorno molti abbracci vengono scambiati tra amici, ma anche straordinario nella misura in cui rappresenta una persona viva di fronte alla sofferenza e al valore di un abbraccio. Così, attraverso storie ordinarie, allarghiamo la conoscenza sulla natura umana e sulla realtà, potendo riconoscere una prospettiva di dipendenza costitutiva della persona.
Qui emerge un punto decisivo affinché questa relazione sia positiva. Abbiamo imparato con Giussani che ogni persona porta in sé criteri interni che favoriscono il riconoscimento di ciò che corrisponde ai bisogni originari dell’essere umano, un insieme di aspirazioni capaci di muovere la libertà verso la felicità. Il nostro lavoro invita a un esercizio continuo di attenzione a queste aspirazioni che favoriscono la costituzione di un volto umano. Si tratta di rimanere, per così dire, svegli di fronte a noi stessi, riconoscendo il pulsare umano come desiderio di respirazione e di ispirazione, una vibrazione verso ciò che ti permette di vivere e di fiorire. La formazione umana dipende dal rimanere in sintonia con l’esigenza dell’umano per abbracciare ciò che ci corrisponde.
Per illustrare questa prospettiva ricorro a due scrittori. Il poeta Manuel de Barros ha scritto: “Il mio cortile è più grande del mondo.” In questa frase intravediamo una prospettiva straordinaria: sperimentare una ricchezza di vita dentro l’istante fugace. D’altro lato, Ungaretti, vivendo in tempo di guerra, ha scritto: “Mi illumino di immenso.” Accompagnare la storia di vita significa prestare attenzione all’attualizzazione quotidiana di questa possibilità, vissuta in modo unico e originale da ciascuno.
Dalle esperienze condivise nei gruppi cerchiamo di riconoscere questa dinamica valorizzando le dipendenze che favoriscono la formazione umana. Così possiamo commuoverci davanti a una vita che si rivela straordinaria nel senso che mostra l’attesa e gli incontri che realizzano l’essere umano. Accompagnare la storia di vita significa impegnarsi a custodire l’accadere della persona e della realtà.
A questo proposito racconto un episodio singolare. Una volta l’anno organizziamo un evento che riunisce i partecipanti dei gruppi realizzati durante l’anno, provenienti da diverse città brasiliane e recentemente anche di altri paesi come l’Italia, dove abbiamo iniziato le attività quest’anno. Ogni evento è centrato su un tema e, con nostra sorpresa, abbiamo scoperto che il tema scelto da noi era lo stesso del Meeting di quell’anno. Il tema era: “Nacque il tuo nome da ciò che fissavi.” Sottolineo questa frase di Wojtyla perché esprime il senso della dipendenza che cerchiamo di cogliere, attraverso le storie condivise nei gruppi. “Nacque il tuo nome da ciò che fissavi”: attraverso le storie condivise nei gruppi, scoprire chi e cosa permette la costituzione della nostra identità umana.
Concludo questa riflessione con un quadro di Portinari, dove vediamo dei bambini che fanno volare un aquilone. Aggiungo a questa immagine una citazione di Ruben Alves: “Perché l’aquilone salga deve essere legato a un filo.” Abbiamo qui una bella rappresentazione della condizione umana che si realizza a partire dai legami. Il quotidiano può essere l’essere umano come opera quando in esso si intreccia l’attesa e l’incontro con il bene a cui possiamo affezionarci. Quando questo bene si manifesta nelle persone che incontriamo, nascono l’amore, la comunità e la riverenza per la vita. Grazie.
STEFANO GHENO
“L’aquilone per salire ha bisogno di un filo,” credo che sarebbe la frase più bella con cui chiudere questo incontro, ma non potete ancora andare via perché ci sono altre questioni da affrontare. Io vorrei dire però due cose che mi hanno colpito molto. La prima cosa è una mia considerazione sulla base di quello che ha detto. Io credo che molto spesso noi ci facciamo male cercando di evitare il dolore. Il male, il dolore deriva dal fatto che noi cerchiamo di evitarlo, mentre invece raccontarlo, condividerlo, compartirlo, si dice in spagnolo, compartirlo ti permette non di farlo finire, ma di trovare una prospettiva e un percorso. Io credo che Sergio ci abbia raccontato questa cosa.
L’altra cosa che mi ha colpito moltissimo è che lui diverse volte ha detto “si tratta di cose semplici, di storie semplici,” ma infatti il problema non è la complicazione, il problema è il vedersi e quando tu decidi di compartire, di condividere, tu, il latino è condividere, cioè vedi l’altro. Per condividere bisogna vederli. Gli invisibili, ce lo ricordava anche Simone, molto spesso sono tali perché noi non vogliamo vederli in realtà. Chiedo a Simone e a Meo brevemente un contributo su questo, in particolar modo in questo ambiente così disabituato allo stare insieme, disabituato a pensare che ci vuole un filo per far volare l’aquilone, cos’è che possiamo fare? Quali sono gli accorgimenti che possiamo avere?
SIMONE FEDER
Forse la vera domanda che dobbiamo chiederci è: come stanno cambiando, dentro questa nostra realtà, di questo nostro mondo giovanile, il mondo dei servizi? E mi aggancio proprio a questo perché noi dobbiamo entrare oggi nelle relazioni vere prima ancora di protocolli e strumenti terapeutici. Dobbiamo chiederci quale esperienza vogliamo offrire oggi ai giovani, e non solo cura, ma vita. L’esperienza deve portare lì a sperimentare qualcosa di vita.
Allora parto dalla comunità terapeutica. Oggi facciamo fatica, facciamo fatica a gestire i ragazzi e a tenerli lì, sono frutto di una società dove oggi la frammentarietà, il fare veloci e il non fermarsi e il pesare e il fare esperienza anche graduale purtroppo non insegna. È chiaro che la comunità oggi deve essere anche un contesto che educa la quotidianità, che accompagna la ricostruzione della persona. A volte non solo si rieduca, ma si educa. Noi abbiamo giovani che sono cresciuti a patatine e iPhone, non sono mai stati abituati a far fatica e quindi oggi ci troviamo anche a un peso di un’educazione che a un tempo noi non accoglievamo nelle nostre realtà, ma questo strumento ha bisogno oggi anche di adattarsi ai tempi, deve diventare più flessibile, deve dialogare meglio con i territori, deve essere aperto e ascoltare anche i linguaggi dei giovani.
C’è qui anche il viceministro che è molto attento a questo aspetto, anche i nostri ambulatori, i presidi territoriali oggi sono fondamentali perché offrono la continuità, la prossimità, la possibilità di cura senza interrompere la vita quotidiana, ma non basta più dire oggi “la porta c’è, noi siamo qui, venite”. Oggi i giovani non ci vanno. Noi abbiamo in Lombardia che stiamo attuando una nuova riforma, la fatica proprio di avvicinare i giovani perché loro sono lontani. Ecco perché oggi, torno a quello che dicevo prima, la comunità educante diventa il vero cambio di paradigma, perché sennò falliremo, non ce la faremo. Una comunità dove ciascuno, famiglia, scuola, operatori, istituzioni, volontari, cittadini si sente parte e si prende cura del disagio che c’è nel territorio. Un contesto che non delega ma che condivide la responsabilità del disagio e della crescita.
Vi faccio un esempio, in questi giorni in comunità un ragazzo si è aperto con la cuoca e ha detto delle cose molto profonde che spesso anche il format qual è nelle nostre comunità? Si apre un problema, la psicologa. Ma chi l’ha detto? Oggi dobbiamo piuttosto sostenere la cuoca perché se quel giorno si è aperto con la cuoca quella è una persona significativa che ha permesso l’apertura di quella problematica, di quel nucleo. Ecco perché prima di essere professionisti dobbiamo essere uomini.
Qui faccio un appello che mi preme, lo sottolineo da parecchio: oggi il cambio di paradigma dobbiamo averlo anche nelle università. Non possiamo, per formare nuovi operatori, dobbiamo formare all’umano, non bastano più questi protocolli, le nozioni. Abbiamo bisogno di formare persone con spina dorsale, non abbiamo più operatori in comunità in grado di reggere l’urto di questo disagio, ma perché non sono formati abbastanza bene? Oggi bisogna accompagnarli dentro questo disagio. Devono trovare degli spazi dove allenarsi alla prossimità, al contatto con la vita, al rischio della relazione. Solo così formeremo professionisti capaci di stare nel disagio senza esserne travolti.
Lo vedo in tanti giovani volontari che vengono con me a Rogoredo, che sono presenti qui in sala e che ringrazio. Lo vedo proprio in loro, vivono l’esperienza senza voltarsi dall’altra parte e stanno accanto perché vogliono dare risposta a questa indifferenza che a volte schiavizza e a volte rende tristi. Il prendersi cura dell’altro vuol dire anche aiutarlo a non perdersi dentro questo mondo delle sostanze, del disagio, dell’apatia. E lì più stanno con loro in questi non-luoghi e più nascono cose straordinarie, nascono legami, nuove possibilità, nuove strade ed è la comunità educante che prende forma.
La comunità terapeutica, per riassumere, sono fondamentali oggi, ti rimette in sesto, ti aiuta a rivedere un po’ nella tua vita. Gli ambulatori sono indispensabili come servizi di prossimità, ma il vero cambio di paradigma lo dà la comunità educante. Più noi formiamo tutto il territorio, perché l’abbiamo un po’ settorializzata anche la nostra cura. Tutto questo porta, e chiudo questo mio intervento, perché la cosa che ci tiene in piedi oggi è che dobbiamo avere uno sguardo che vada oltre l’orizzontalità umana. Lì a volte va in burnout, le fatiche, i tempi dell’altro che non sono i tuoi ti portano a delle stanchezze a volte che se tu non guardi il mondo dai tetti in su con uno sguardo che ci aiuta a contemplare davvero, ti perdi e non vai oltre. Allora abbiamo bisogno di ricordarci che la vita non si esaurisce nelle ferite dei giovani che sono sempre più profonde e nascoste, che noi dobbiamo entrarci, ma c’è anche un respiro più grande. Solo questo sguardo e questo aiuto alto possiamo, proprio, ci portano a rigenerarci, a restare accanto senza cedere, a trovare la forza di ricominciare ogni giorno. Solo così, chiudo, la comunità diventa questa comunità educante, un luogo di speranza, non solo perché cura le ferite, ma perché da una parte ti mostra che la vita ha sempre un senso, sempre è una possibilità anche di rinascita.
BARTOLOMEO BARBERIS
Io credo che prima di tutto dobbiamo renderci conto che parliamo dei giovani, ma il problema non sono i giovani, il problema siamo tutti noi. Dicevamo prima la società additiva, cioè la società nella quale per stare in piedi qualcosina dobbiamo trovare, che sia sostanze, che sia l’abuso di psicofarmaci, ma che sia tutte quelle forme paradossali di fissazioni che sono così diffuse. L’uso distorto dei social non riguarda i giovani, riguarda un po’ tutti, bisogna stare attenti. In questo senso, noi dobbiamo riprendere in mano un percorso educativo, ma anche un percorso di autoeducazione.
Io a marzo compio 70 anni, non sono più un ragazzino. Però mi rendo conto che il primo problema è che io continui il mio cammino interiore per scoprire sempre di più la bellezza della relazione umana, la bellezza delle relazioni autentiche, la bellezza dell’apertura alla dimensione della ricerca, della relazione con Dio. Perché altrimenti è quasi inevitabile che cadiamo nelle forme di dipendenza malata. In questo senso, noi saremo aiutati, io credo, dal fatto che come etnia italiana siamo in forte calo. Sembra un tema diverso, ma secondo me c’entra molto. Noi siamo nell’inverno demografico, lo dicono le statistiche, non è che c’è bisogno di… E ben che vada, l’etnia di origine italiana è destinata nel giro di 20-30 anni a diventare, se non minoritaria, giù di lì, ma diventerà minoritaria.
Siccome sono Presidente di una cooperativa sociale in cui c’è un centro di accoglienza per 35 migranti richiedenti asilo in Toscana, questo mondo delle persone che arrivano da altre culture con mille problemi, ma anche con delle ricchezze umane che sono l’occasione per noi di ricrescere, di rinascere queste mescolanze, questo melting pot così difficile, così incasinato, ma così necessario perché io sono convinto che questo ci aiuterà proprio a riporci certi temi educativi che sono fondamentali. La cultura del Brasile che ho incontrato nel 2009, la cultura africana che ha mille problemi ma c’è una ricchezza di vita che è impressionante. Quando torni in Italia dici: “Uè, ma qui non c’è più nessuno.” La vita è il valore sostanziale, l’uomo, la donna sono il valore grande su cui noi dobbiamo fare perno per rendere veramente educativa la nostra società.
Nelle comunità terapeutiche un grosso problema che osserviamo è l’ipertrofia delle norme sanitarie, delle norme autorizzative. Siamo con il tema dell’accreditamento, che in sé è una cosa di valore, ma rischiamo di rendere impossibile la vita, di far diventare le comunità delle piccole cliniche. No, la comunità terapeutica deve essere una comunità di vita. In questo senso la compresenza di persone con caratteristiche diverse diventa una ricchezza necessaria. Il legame forte della comunità terapeutica con la casa famiglia, con il CEC, con la società civile diventa la vera strada per rispondere a quello che deve essere oggi.
Però vorrei sottolinearlo: non cadiamo nell’equivoco di pensare che il problema siano i giovani, il problema siamo noi tutti, anche i giovani, ma i giovani sono quelli che vedono noi. E allora anche i vecchietti, non mi sento vecchietto, sono in pensione ma non è quello, il modo di stare al mondo che noi tutti abbiamo è questo che farà la differenza. Sottolineo ancora una volta l’arrivo di nuove generazioni di persone, l’essere costretti dall’inverno demografico che abbiamo a porci alcune domande, a rimettere in discussione le nostre sicurezze di occidentali che pensano di aver capito tutto del mondo e della vita. Se noi continuiamo a vivere solo in Italia, poco alla volta pensiamo che il mondo sia questo. No, il mondo è molto più grande, molto più ricco, con mille problemi ma con delle ricchezze enormi. Questo è il cammino che io credo che lo Spirito Santo ci sta facendo fare come società civile e anche ecclesiale italiana.
STEFANO GHENO
Grazie. Allora certamente la questione posta adesso da Meo è, io credo, molto importante. Certo, poi io personalmente spero che riprenda anche un certo desiderio di famiglia e di natalità che evidentemente dispiace. Però da questo punto di vista anche vedere che persone sicuramente con molti oggettivamente più problemi di quelle che le nostre famiglie hanno non hanno paura di mettere al mondo dei figli potrebbe essere un bel richiamo. Sicuramente è quello che è successo alla generazione dei miei genitori che uscivano dalla guerra, sicuramente vivevano delle condizioni di precarietà molto più elevate quelle che viviamo noi oggi, ma hanno fatto il boom economico, hanno fatto famiglie, hanno fatto figli, hanno costruito un futuro e invece è come se noi ci fossimo impigriti in questo.
Detto questo, però io volevo anche recuperare una cosa che hai detto Tomeo, cioè il valore della testimonianza che delle realtà diffuse possono avere. Perché comunque si impara guardando, anche questo è un tema importante. Si impara ascoltando, ci diceva Sergio Ishara, ma si impara anche tanto guardando. Allora io vorrei adesso chiedere a Maria Teresa Bellucci, al viceministro, che ha un osservatorio molto ampio e anche delle responsabilità che la costringono a guardare con attenzione, che cosa ci può dire rispetto a quello che abbiamo ascoltato e ci propone le sue riflessioni. Grazie.
MARIA TERESA BELLUCCI
Grazie a te, grazie a Stefano Gheno, grazie a CDO Opere sociali, ma innanzitutto buonasera a tutti voi che siete qui per ascoltare, per stabilire relazioni, rapporti, una comunione. Io voglio ringraziare innanzitutto la Fondazione Meeting per l’amicizia tra i popoli e in particolare le migliaia di volontari che con grandi sforzi e con tanta energia ogni anno danno vita a questo luogo, un luogo di incontri, di relazioni, di comunione.
Prima Stefano chiedeva a me, dal mio osservatorio, un po’ più ampio oggi perché ho delle responsabilità di governo, che osservazioni faccio rispetto a tutto questo. Partendo dal Meeting, la prima osservazione che faccio è legata al bisogno che ciascuna persona che ha responsabilità di governo ha di entrare in contatto, in relazione con luoghi come questo, per poter condividere, essere in comunione di valori, ma soprattutto in comunione di opere, opere concrete da realizzare. È per questo che ogni anno, prima Stefano Gheno lo diceva, mi ha definito “un’amica del Meeting”, ecco per questo che ogni anno ad agosto, condividendolo con la mia famiglia, decido di mettere tra i punti fermi la mia partecipazione al Meeting. Perché io porto qualcosa, spero, ma in realtà mi porto a casa, mi porto al Ministero, certamente molto di più di quello che ho dato.
Voi oggi lanciate un tema che è estremamente importante, sfidante, interessante, ma che avete definito paradossale: il paradosso delle dipendenze. È così, la dipendenza è qualcosa di imprescindibile. Prima c’era questa figura, questa immagine del filo e di come l’aquilone possa volare attraverso il filo e grazie al filo. Ma in realtà il filo può fare due cose: può far volare o può trattenere a terra e non rendere liberi. Le relazioni sono questo. Le relazioni hanno due facce della medaglia. Le dipendenze hanno due facce della medaglia. Possono rendere liberi o possono rendere schiavi. Dipende. Da che cosa dipende? Dipende da ciascuno di noi. Dipende da come gestiamo la relazione, da come la viviamo la relazione, da che cosa cerchiamo in quella relazione e a cosa vogliamo puntare. Questo riguarda tutti, nessuno escluso, riguarda anche le istituzioni.
Io oggi ho una delega che ritengo importantissima, non fosse altro perché io sono una psicologa, sono una psicoterapeuta, ho sempre vissuto di politiche sociali. Il mio presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha deciso per me di affidarmi la cosa a cui tengo di più, che sono le politiche sociali, che è il welfare, che è la gestione, il governo degli aiuti destinati alle persone per fare che cosa? Per rendere liberi. Le politiche sociali come tutto possono avere due obiettivi: quello di rendere schiavi oppure di rendere liberi. È una scelta. Una scelta che sta in mano al decisore politico e che è caratterizzata da un rischio altissimo.
Un piano inclinato che può non avere fine perché se io utilizzo gli aiuti di stato per creare, nella relazione di cura che sta dentro un rapporto di dipendenza, lo strumento attraverso cui legare le persone a sé, rendendole dipendenti da uno stato che eroga meramente sussidi e assistenzialismo, io che cosa faccio? Faccio sì che quelle persone abbiano sempre più bisogno di me, sempre più disperatamente bisogno di me e non possano quindi vivere senza di me. In questo caso io utilizzo la cosiddetta opera della caccia al consenso, caratteristica di alcuni regimi.
Trasversalmente riguarda tutto il mondo, compreso il Sud, si avvicina ai luoghi della fragilità come le favelas o le bidonville argentine, che cosa fa? Propone aiuti fine a sé stessi, non accompagnamenti verso un recupero della propria autodeterminazione, dell’espressione delle proprie potenzialità, della capacità di essere liberi di costruire la propria vita, ma bensì un legame, un filo che diventa una catena. È una scelta che contiene però un grande coraggio perché se io utilizzo le politiche sociali per accompagnare verso la scoperta di ciò che ci rende unici e irripetibili, del compimento del nostro progetto di vita, della capacità di poter onorare la bellezza e il miracolo dell’esistenza umana potendo contribuire alla crescita di se stessi e della propria comunità, allora io sostengo la creazione di un libero pensatore che non ha più bisogno di me, che non dipende più da me, che può allontanarsi da me e può decidere liberamente della propria esistenza.
Certo che per chi governa c’è un piano inclinato estremamente rischioso, perché se io vivo la relazione nel sostenere la crescita dei liberi pensatori, allora scommetto. Scommetto nel libero pensiero, scommetto nell’umano, scommetto e scommetto anche rischiando che si possa prescindere da me. Io dico che questa è una scommessa che ciascuno che ha delle responsabilità di governo si deve assumere e deve caricarsi sulle proprie spalle. Io credo fermamente che le politiche sociali non possono essere assolutamente mera assistenzialiste, non possono puntare certamente sui sussidi e basta. Non debbano in alcun modo creare catene, ma invece debbano rendere liberi.
Guardare può sembrare una semplice cosa, ma in realtà non lo è, è estremamente rischiosa perché è un rischio che noi umani spesso abbiamo quello di poter, nelle relazioni, credere che la vicinanza dell’altro, la presenza dell’altro sempre più attaccati a noi, dia senso alla nostra identità e alla nostra esistenza. Noi dobbiamo vivere invece pensando che la nostra identità non si fonda sulla dipendenza dell’altro, ma bensì si fonda su una relazione e su un aiuto con il prossimo che possa essere sempre più uno strumento di libertà.
Come si fa? Innanzitutto, potendo rispettare le persone, potendo rispettare gli altri e riconoscendo in quell’interdipendenza l’unico modo per poter inserire un antidoto a questo rischio. L’interdipendenza di cui prima parlava Stefano Gheno, una interdipendenza che fa pensare allo Stato che non basta da solo e non basta a sé stesso. Un welfare statalista ancora più contiene questo rischio. Un welfare con un modello tripolare che mette insieme lo Stato, il terzo settore, le imprese e le aziende unite nella centralità della persona e dell’aiuto ad essa, inserisce un antidoto, perché fa sì che il potere non sia soltanto nelle mani di alcuni, ma sia invece un potere condiviso, una responsabilità condivisa, in cui ciascuno richiama l’altro a un utilizzo sano delle relazioni e quindi degli aiuti sociali.
Ecco, per me, per questo governo, il Meeting è anche questo, continuare a ricordarcelo, ricordare continuamente che chiunque ha delle responsabilità politiche e di governo non basta a se stesso, non basta da solo, che è necessario coltivare e promuovere questa interdipendenza e questa compartecipazione per arrivare davvero il più vicino possibile a non utilizzare i poteri che ciascuno ha come gratificazione fine a se stessa, come restaurazione delle proprie posizioni acquisite, come dominio verso e su qualcuno. In questo quindi la comunità è sicuramente importante, ascoltare è importante, tenere gli altri nella propria vita come anche un ritorno costante di quello che siamo e di quello che cerchiamo di fare.
Io sono orgogliosa di questo governo perché sta cercando in tutti i modi di poter promuovere questa alleanza, di poter promuovere questa compartecipazione, questa interdipendenza. A volte ci riusciamo, a volte ci riusciamo meno, a volte non ci riusciamo. Ma questa è la strada che stiamo cercando di coltivare passo dopo passo. Voi scrivete lì su quel muro CDO: “Compagnia delle opere, ogni uomo al suo lavoro.” Ecco, il lavoro è uno strumento, non è il fine. Il lavoro rende liberi. Il lavoro è lo strumento attraverso il quale poter utilizzare quei sussidi per arrivare a una possibilità di autoalimentarsi. È certo che quindi ogni sforzo deve essere legato a poter riconoscere il diritto al lavoro e all’accompagnamento al lavoro.
Il Ministero che ho l’onore di rappresentare oggi, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, mette insieme il lavoro e le politiche sociali come strumento per fare questo, per rendere le persone libere in ogni stagione della vita, sia nelle stagioni della gioventù, della primavera, dell’estate, ma anche quelle dell’inverno, più che dell’inverno demografico, cioè quelle che attraversiamo in un’alleanza che tiene uniti tutti, pensando che ciascuno può dare un contributo. Un’altra cosa di cui sono molto orgogliosa è della riforma anziani che abbiamo lanciato come governo, la prima riforma nazionale in favore della terza età con una logica di compartecipazione e interdipendenza generazionale in cui le generazioni si mettono insieme perché la terza età non è qualcosa che riguarda qualcuno, ma che riguarda tutti nel momento in cui noi riusciamo a proteggere la vita e quindi la prosecuzione dell’esistenza umana finché ovviamente Dio ce ne darà la possibilità e ce ne darà dono.
Quindi grazie al Meeting, grazie a CDO Opere Sociali, grazie a tutti gli sforzi che fate ogni anno, ma grazie soprattutto ai tanti volontari che ogni anno e per 365 giorni all’anno ci mettono passione, voglia, dedizione, coraggio e che quindi sfidano anche i mali di questo tempo e anche quest’anno hanno vinto loro.
STEFANO GHENO
Grazie Maria Teresa Bellucci. Io sono sempre contento di invitare Maria Teresa Bellucci non solo perché è un ospite autorevole, viceministro, ma perché è una persona che non ha timore a entrare nel merito. Questo non è affatto scontato. Gli interventi di Maria Teresa Bellucci non sono mai formali. Spesso noi usiamo la parola “istituzionale” per dire formalità. Ecco, io questo non l’ho mai sentito e quindi non è semplicemente per il ruolo che ricopre che sono contento di invitare e sono molto contento che lei accetti di venire a questo nostro appuntamento annuale.
Io non voglio chiudere il discorso perché secondo me il tema è un tema della vita, è il tema di come noi possiamo andare avanti nel cambiamento che c’è perché è vero che c’è un cambiamento. Però io penso che la natura dell’uomo, la struttura dell’uomo sia fondamentalmente fatta per generare e non si può generare se non con altri. Questo è impossibile generare da soli e io credo che oggi noi abbiamo sentito diversi esempi di questo e spero che possa rappresentare per tutti noi uno stimolo. Il Meeting è certamente un luogo generativo, perché noi pensiamo che l’incontro sia alla base della possibilità di costruire nuove possibilità di bene per tutti e questo è il motivo per cui al Meeting vengono tutti.
Di solito, poi per carità tutto può capitare, quando vanno via dal Meeting è difficile che non abbiano voglia di ritornarci. Lo dicono i numeri impressionanti che riguardano sia gli ospiti ma anche soprattutto le persone che frequentano e come ricordava giustamente Maria Teresa Bellucci i volontari che lo fanno. Tutto questo è un impegno come potete immaginare, è un impegno che deve essere sostenuto. Tantissimi di noi, tantissime persone lo sostengono con il proprio tempo, con il proprio lavoro, durante la settimana di Meeting, ma pensate cosa ci vuole per costruire tutto questo e poi per smontarlo perché la fiera dobbiamo restituirla. Allora io chiedo a tutti, sono felice di chiederlo, tutti quelli che possono, tutti quelli che vogliono un contributo a questo Meeting. C’è l’attività del “Dona Ora”, vedrete se girate per il Meeting dei grandi cuori rossi che campeggiano ed è possibile dare un contributo. Magari chi non può darlo in termini di tempo, di lavoro, di energia per tanti motivi, però anche il contributo economico costruisce la cattedrale. Grazie a tutti, grazie ai nostri ospiti e arrivederci.
