Il disagio giovanile: oltre i numeri della provincia di Pavia
A cura di SIMONE FEDER Official
Quando leggiamo i dati ISTAT o regionali che collocano Pavia tra le realtà più colpite dal disagio mentale certificato e dall’alto numero di NEET, potremmo essere tentati di archiviarli come semplici statistiche. Ma non lo sono.
Sono segnali. Richiami. Qualcosa che chiede di essere ascoltato davvero.
È come se, a un certo punto, si fosse interrotta una frequenza: quella che permette ai giovani di sentire che muoversi, provarci, immaginare un futuro… abbia senso.
Dietro quei numeri c’è una generazione che, silenziosamente, ha smesso di crederci fino in fondo.
Oggi non siamo davanti a ragazzi “pigri”, come a volte si dice con superficialità. Piuttosto, assistiamo a una sorta di paralisi lucida, quasi razionale.
È come se, a livello profondo, si facesse un calcolo: se provare costa tantissimo e il ritorno appare incerto o nullo, allora restare fermi fa meno male.
Solo che fermarsi non cancella il dolore. Lo trasforma. Diventa un dolore conosciuto, più gestibile, meno spaventoso dell’ignoto.
Vi riporto una riflessione di una giovane che mi ha scritto pochi giorni fa:
«Io non sono mai stata stabile in un sentimento se non quello del disagio. Quando si conosce bene un’emozione è facile renderla abitudine, ed è facile soffermarsi e costruirci qualcosa dentro. Ho reso il mio dolore una sorta di comfort zone, forse perché la paura di ricaderci quando sono in un’emozione intensa di felicità fa troppa paura. O forse perché alla fine l’ho fatto talmente mio il dolore, la depressione, che averla a fianco o sapere che è un posto da me conosciuto me lo rende ancora di più “casa”».
Queste parole non sono solo uno sfogo. Sono la sintesi di un grido che sento ogni giorno.
È il grido di un mondo giovanile che non chiede più attenzione: la pretende.
E lo fa, sempre più spesso, in modi estremi.
Viviamo in un sistema che ha ridotto la crescita a numeri, voti, medie, risultati immediati.
In questo contesto, la curiosità si spegne, schiacciata dall’urgenza di performare sempre.
Non c’è spazio per ascoltarsi davvero.
Le emozioni non vengono elaborate: travolgono, come tempeste improvvise. E quando l’identità si costruisce solo sul riscontro rapido dei social, si perde una distinzione fondamentale: quella tra errore e fallimento. Sbagliare è umano.
Ma oggi rischia di essere vissuto come qualcosa che definisce chi si è, non solo ciò che si è fatto.
Dire che i giovani sono “fragili” è comodo, ma è una verità a metà. E le mezze verità, spesso, diventano alibi.
I ragazzi di oggi non sono fragili per natura: sono esposti. E, soprattutto, poco allenati ad affrontare la fatica.
In molti casi, nel tentativo di proteggerli, gli adulti hanno tolto dal loro cammino ogni ostacolo.
Ma senza ostacoli non si sviluppano strumenti, non si costruiscono “muscoli” interiori.
E quando arriva la prima crepa, spesso si delega subito a uno specialista, come se il dolore fosse solo un problema tecnico da risolvere, e non una domanda umana che chiede presenza, ascolto, tempo.
La verità è che viviamo in una società che premia il risultato e dimentica completamente il valore del processo.
Eppure crescere richiede anche rotture, fatica, attraversamenti.
Senza quelle “micro-fratture”, non c’è evoluzione.
In questo scenario, le dipendenze non sono la causa principale, ma una risposta. Un modo, spesso disperato, per abbassare il volume di un malessere continuo.
Le sostanze possono spegnere il rumore di fondo. L’alcol può rendere più sopportabile il contatto con gli altri.
Il gioco d’azzardo può dare l’illusione di controllo, o semplicemente far provare qualcosa in una vita che sembra piatta.
Sono tentativi di fuga. Piccoli “paesi delle meraviglie” che però hanno un prezzo altissimo.
E se ci limitiamo a combattere queste risposte senza chiederci da quale domanda nascano, continueremo a girare in tondo.
Il fatto che oggi se ne parli meno non significa che il problema sia rientrato. Al contrario: forse è diventato parte del paesaggio. Ci siamo abituati.
La droga, l’alcol, certe forme di isolamento… sono diventati un sottofondo costante.
Ed è proprio questa normalizzazione che dovrebbe preoccuparci di più: quando il disagio non fa più rumore, rischia di diventare invisibile o meglio dimenticato.
C’è poi un altro paradosso: chiedere aiuto richiede energia, lucidità, fiducia. Ma sono proprio le cose che spesso mancano quando si sta davvero male.
E se i servizi risultano lontani, complessi, poco accessibili, il rischio è che quella richiesta non parta mai.
Forse, allora, il disagio che emerge in provincia di Pavia e non solo a Pavia, non è un difetto da correggere, ma un messaggio da accogliere.
Una domanda di senso, prima ancora che un problema da risolvere.
E la risposta non può essere solo tecnica. Deve essere umana.
Significa tornare a educare a relazioni autentiche, fuori dalla logica della prestazione continua.
Significa insegnare che le emozioni, anche quelle più difficili, non vanno evitate né negate, ma attraversate.
Che la sofferenza non è un luogo in cui restare per essere visti, ma un passaggio da comprendere.
E soprattutto significa riportare la presenza degli adulti: una presenza vera. Non sostitutiva. Non delegata. Una presenza che non elimina ogni ostacolo, ma accompagna nel superarli.
Perché, in fondo, ciò che manca di più non è la soluzione perfetta. È qualcuno che resti. Che ascolti. Che non si sposti quando diventa difficile.

