Gli adolescenti di oggi hanno quasi paura di essere felici. E questo è un problema
VITA | di Luigi Alfonso
L’ultimo episodio è avvenuto a Pavia, dove un diciassettenne ha accoltellato e ucciso un giovane. È la città in cui vive e lavora Simone Feder, psicologo che le fragilità degli adolescenti di oggi le conosce molto bene. Molti non sanno gestire le frustrazioni, i no e le difficoltà nei rapporti con gli altri. Ma c’è anche un altro tema: la cherofobia, cioè la paura irrazionale della felicità e delle emozioni positive
Una ferita al collo causata da un fendente con un cacciavite. Sembrava roba di poco conto, stando ai racconti degli amici che lo avevano accompagnato a casa dopo una lite con un 17enne. Invece si è rivelata fatale per Gabriele Vaccaro, 25 anni, originario di Favara (Agrigento) ma da tempo residente a Broni, 20 km da Pavia, per motivi di lavoro.
Gli inquirenti sono al lavoro ma, dalle prime indagini, sembra che il diverbio poi trasceso nel tragico gesto dell’aggressore sia imputabile a qualche parole di troppo. Il fatto è accaduto la scorsa notte nella città in cui abita da una vita Simone Feder, psicologo ed educatore che lavora in particolar modo tra e con i giovani.
«Non entro nel merito del poco che so di questo fatto specifico», chiarisce subito il coordinatore dell’Area giovani e dipendenze della comunità Casa del Giovane di Pavia. «Ma è chiaro che oggi abbiamo una situazione di tensione giovanile molto alta. La percezione del rischio e l’utilizzo di armi bianche (che sia un coltello o un punteruolo o un cacciavite) usate per scaricare la rabbia o per difendersi, ci fa capire quanto siamo responsabili noi adulti. Siamo noi che nell’educazione siamo evidentemente mancati».
È soltanto un problema di educazione “difettosa”?
No. Ma avverto forte la frustrazione per i no: per molti ragazzi è difficile reggere l’urto degli inevitabili no o il tollerare visioni diverse. C’è la fatica nel costruire i rapporti che necessitano di gradualità. Sto seguendo delle ragazze che sempre più mi preoccupano. Oggi non siamo davanti a ragazzi “pigri”, come a volte si dice con superficialità. Piuttosto, assistiamo a una sorta di paralisi lucida, quasi razionale. Parliamo di cherofobia, cioè la paura irrazionale della felicità e delle emozioni positive.
In sostanza, alcuni giovani hanno paura di stare troppo bene?
Una giovane, di recente, mi ha scritto questa riflessione che ci aiuta a comprendere il suo stato d’animo. «Io non sono mai stata stabile in un sentimento, se non in quello del disagio. Quando si conosce bene un’emozione è facile renderla abitudine, ed è facile soffermarsi e costruirci qualcosa dentro. Ho reso il mio dolore una sorta di comfort zone, forse perché la paura di ricaderci quando sono in un’emozione intensa di felicità fa troppa paura. O forse perché alla fine l’ho fatto talmente mio, il dolore, la depressione, che averla a fianco o sapere che è un posto da me conosciuto me lo rende ancora di più casa». Preferisce stare ferma nel suo malessere perché sta meglio.
Ho reso il mio dolore una sorta di comfort zone, forse perché la paura di ricaderci quando sono in un’emozione intensa di felicità fa troppa paura. O forse perché alla fine l’ho fatto talmente mio, il dolore, che averlo a fianco me lo rende casa
E qui come entra in ballo l’educazione familiare?
Questi figli crescono in una famiglia, in una società. Pensiamo al gruppo dei pari e a quanto, spesso, siano indifferenti nell’intervenire verso parole, atteggiamenti, comportamenti scorretti dei loro amici verso altri. Saranno i giovani a salvare i giovani, però noi adulti dobbiamo esserci. Pensiamo che col tempo capiranno, invece purtroppo non sempre va così: se non diamo loro gli anticorpi, il primo virus che prendono fa presa.

È troppo forte la tendenza a dire che non sono affari che ci riguardano e, dunque, non intervenire?
Si va persino oltre, in certi casi. Nello scorso week end, nel Lodigiano, hanno fatto esplodere un bancomat per rapinarlo. C’era la gente che riprendeva la scena e poi pubblicava i video sui social, talvolta osannando quell’azione deprecabile. Tutto questo da dove nasce, se non dalla famiglia? In molti giovani manca il senso del limite, perché non sono mai stati abituati ad averne. La tua libertà finisce dove comincia la mia, ma questo non l’hanno ancora capito.
Nell’immaginario collettivo, ormai, prevale la figura dell’adolescente, maschio, maranza, che gira con il coltello in tasca. Ma nei giorni scorsi, in una città tranquilla come Trieste, alcune ragazze si sono affrontate e picchiate. Sempre per futili motivi.
Molti ragazzi e ragazze non sanno gestire le frustrazioni. E nemmeno le relazioni di coppia. Spesso assistiamo a rapporti morbosi o controllanti. E questo fa capire quanto siano fragili dentro. Quando un ragazzo mi dice “Lasciami in pace, sono incazzato”, io non mi fermo lì: cerco di capire perché è adirato. Se non li irrobustiamo, non formiamo i loro anticorpi. E la prima esperienza deve farla all’interno della famiglia. Ci sono degli alert che spesso i giovani danno: è che noi spesso ci passiamo sopra. Forse dobbiamo fermarci e riflettere.
A volte gli adolescenti ripropongono modelli errati degli adulti.
È vero. E questo è dovuto al fatto che mediamente abbiamo una classe adulta molto adolescenziale. Il senso del limite e il rispetto dell’autorità vengono introdotti dalla figura paterna, che irrompe nel rapporto quasi simbiotico tra mamma e figlio. È lui che deve entrare per dare il senso della regola e della gestione delle cose. Oggi molti padri mancano nell’intervento. E, più in generale, mancano gli interventi giusti nell’ambito educativo ed emozionale. Il senso di vuoto che vediamo in molti giovani, anche dell’alta borghesia, è il “troppo pieno” delle aspettative che vengono richieste loro: portare a casa certi voti scolastici o fare determinate prestazioni sportive, per esempio. Non dimentichiamo, poi, il mondo trasgressivo delle sostanze, che non è più trasgressivo: il problema non è più quale sostanza si usa, ma perché uno la usa.
Pavia è un centro tranquillo, laborioso, in cui vi è una certa ricchezza diffusa. Ma non è sufficiente per sentirsi al riparo da certi episodi.
Sì, ma non dimentichiamo che è un centro universitario con 20mila studenti che arrivano da tutte le parti. Nel Seicento fu la capitale dei Longobardi. È una città in cui c’è un mondo giovanile a cui dobbiamo dare risposte. Qui, come in tutti i posti, bisogna pensare al concetto di comunità educante: oggi i comportamenti disfunzionali non devono essere sempre indirizzati ai servizi preposti. O almeno non basta. Siamo chiamati tutti quanti a rispondere. Non ha senso aumentare la sicurezza, occorre piuttosto aumentare il livello educativo e gli spazi aggregativi dei giovani.
Non ha senso aumentare la sicurezza, occorre piuttosto aumentare il livello educativo e gli spazi aggregativi dei giovani
E poi, attenti al permissivismo esagerato: non è possibile che molti minorenni girino per le città alle due o le tre di notte, se non sino alle sei. Bisogna saper mettere certi paletti, capiranno quando saranno più grandi. C’è una responsabilità genitoriale che sta facendo un po’ cilecca.
Foto di Copertina di Alison Bogart su Unsplash
