Da Rogoredo all’OSCE: il discorso di Simone Feder a Montecitorio
Signor Presidente,
Onorevoli Deputati,
rappresentanti dell’OSCE,
vi ringrazio, e ringrazio il dott. Zoffili per questo invito e per l’attenzione dedicata a un tema che non è soltanto sanitario o sociale, ma profondamente umano.
In Italia, di fronte al fenomeno sempre più diffuso della droga e del disagio, abbiamo una rete di servizi per le dipendenze ampia e competente, costruita da professionisti straordinari che ogni giorno lavorano con dedizione. È un patrimonio prezioso, umano e sociale, che va riconosciuto, sostenuto e difeso.
Eppure oggi dobbiamo avere il coraggio di dirci una verità difficile: molti giovani non arrivano alla cura, non accedono ai servizi.
Non perché i servizi non funzionino, ma perché la fragilità contemporanea spesso non riesce nemmeno a chiedere aiuto e a sentirsi bisognosa di aiuto.
Fino a una decina di anni fa i ragazzi bussavano alla porta giusta per chiedere aiuto. Oggi abbiamo capito qualcosa di diverso: molti di quei ragazzi non arrivano più, e siamo noi che dobbiamo andare a cercarli.
Oggi nelle comunità terapeutiche residenziali accogliamo ragazzi di appena 14 anni, già dipendenti da più sostanze. Il termometro del disagio segna una febbre altissima.
Questo dolore ha rotto gli argini e non possiamo più permetterci di aspettare che ci travolga: dobbiamo affrontarlo, raggiungerlo prima che sia troppo tardi.
Dobbiamo uscire dai nostri ambulatori, dai servizi, dalle comunità terapeutiche, ed entrare nei luoghi dove il dolore si nasconde, dove i giovani rischiano di perdersi, dove la vita si spegne lentamente senza testimoni.
Per questo sono andato a Rogoredo, a Milano, dentro quella che molti hanno definito la più grande piazza di spaccio d’Italia.
E ci sono andato dopo una frase di mia figlia che mi colpì profondamente: “Papà, tu ti occupi di disagio… ma sei mai stato a Rogoredo?”
Quella domanda mi costrinse a guardare una verità scomoda: si può parlare di fragilità senza attraversarla davvero.
Quando arrivai lì, capii che quel bosco non era soltanto un luogo fisico.
Era un luogo di invisibilità. Di solitudine. Di dimenticati. Di ragazzi giovanissimi che lentamente sparivano agli occhi della società.
Ricordo la prima sera da solo: sentii paura, ma soprattutto compresi una cosa che non ho più dimenticato: se vuoi incontrare davvero la fragilità, devi avere il coraggio di entrarci dentro.
Questo è il vero cambio di paradigma.
Dal 2017 il Team Rogoredo prova a fare proprio questo: non occupare uno spazio, ma abitare una relazione.
Ricordo Pietro, un ragazzo di 21 anni incontrato al bosco, che mi disse: “A forza di vivere nel degrado, sto diventando degrado.”
Quella frase è stato per me un pugno nello stomaco, una verità che non possiamo ignorare: l’ambiente non è mai neutro quando una persona è fragile. Ti modella, ti consuma, ti riscrive. E se nessuno ti raggiunge, rischia di definire interamente chi sei.
Per questo la nostra presenza deve essere costante.
Perché la presenza genera fiducia.
La fiducia rende possibile l’incontro.
E l’incontro può salvare una vita.
Abbiamo capito che ciò che uccide, prima ancora della sostanza, è la solitudine.
In quei luoghi abbiamo visto qualcosa che difficilmente si dimentica: ragazzi che, chiamati per nome, si riaccendevano. Stringendo le loro mani sporche, incrociando uno sguardo finalmente umano, si avvicinavano. Con le giuste e rispettose distanze, chiedevano aiuto. Chiedevano, semplicemente, di essere accompagnati verso la cura.
Ma forse la cosa più bella nata a Rogoredo è stata vedere altri giovani scegliere di non restare indifferenti. Giovani rimboccarsi le maniche e fare qualcosa per chi stava male.
Ragazzi che studiavano, vivevano una vita normale, e che hanno deciso di avvicinarsi alla sofferenza dei loro coetanei.
Non si sono limitati a osservare: hanno scelto di prendersi cura.
Ed è proprio questa la risposta più vera: la risposta di un’intera comunità.
Non bastano soltanto gli operatori e i servizi preposti. Di fronte a un disagio così profondo, c’è bisogno di tutti.
C’è bisogno di adulti presenti, di giovani capaci di tendere la mano, di cittadini che scelgano di non voltarsi dall’altra parte.
Perché da soli non ce la possiamo fare.



In questi nove anni, tanti ragazzi sono stati accompagnati in comunità, alla Casa del Giovane. E tanti di loro ci hanno insegnato anche a rivedere i nostri interventi: interventi spesso ricchi di risposte, ma non sempre capaci di ascoltare le domande giuste.
Penso alla protagonista del libro Alice e le regole del bosco, incontrata proprio a Rogoredo. Una ragazza di soli 17 anni: oggi sta per laurearsi in scienze dell’educazione.
Tutto questo è nato da un incontro, da una presenza, da qualcuno che ha scelto di restare.
Ed è questa la convinzione che ci guida: nessuno è irrecuperabile.
In ogni persona esiste una parte buona a volte nascosta su cui si può ancora fare leva. Il nostro compito è cercarla.
Rogoredo ci ha insegnato che nessun luogo è definitivamente perduto, se qualcuno sceglie di abitarlo con umanità.
E allora la domanda più urgente è questa: dove siamo noi, mentre tanti giovani si stanno perdendo?
Perché ogni ragazzo raggiunto prima del crollo è una vita restituita al futuro.
E ogni volta che scegliamo la presenza invece della distanza, la relazione invece dell’indifferenza, la comunità invece dell’abbandono, non stiamo solo contrastando una dipendenza.
Stiamo ricostruendo legami.
Stiamo ricostruendo fiducia.
Stiamo ricostruendo umanità.
Grazie
